Alla fine trovi sempre il modo di consolarti per quello che è stato, e magari riesci pure a osservare le cose che hai perso con sguardo sereno. E' il mio caso, in questi giorni di resilienza.
Penso al bimbo-che-non-è-stato, ingoiato dallo scarico di un cesso di Barcellona, e dio quanto ci ha messo ad andar giù tutto quel sangue, un giorno quasi intero. Non so quante volte ho immaginato come poteva essere la mia vita se invece fosse nato.
Dove sarei stata, con chi, mi chiedevo fino a ieri, ma il punto è invece un altro: sarei stata felice? Oppure, visto che sarei scoppiata in volo, l'avrei fatto partorendo? E perciò perdendo molto di più? Pagandola molto più cara di così. Che in fondo, così, è stata quasi gratis.
Non che stia dicendo che mi ritengo fortunata di quello che ho e che avevo quando sono scoppiata in volo, né per l'essere scoppiata. Sarei stata fortunata a non scoppiare, ma quando mai ci diciamo contenti: come sono fortunata che non sono paralizzata, che riesco a comunicare, che posso camminare, saltare, correre, ridere, mangiare da sola, fare pipì senza assistenza, guidare un'auto?
Mai. Solo dopo che rischi di perdere una o tutte queste cose e diventi una persona rovinata, cominci a pensare che è una fortuna che non ti sia andata peggio.
Ti da fastidio non poter più dire con la stessa intensità e uguale sicurezza: Domani andrò, farò, vedrò, e sospetti che quella certezza non la proverai mai più, ma non è detto. Magari man mano che il tempo passa ti scorderai che non ci sono certezze neanche sulle proprie possibilità. Sulla propria sopravvivenza.
Sapete qual è la soluzione (temporanea, ovviamente)?
Fregarsene.
Solo se siete persone rovinate potrete capire davvero quello che sto dicendo, e per fortuna in pochissimi capirete, ma:
Ieri c'eri, oggi ci sei, domani non si sa. Sarà il caso di vivere al meglio con se stessi oggi, in modo da a) porre le basi per star bene con sé anche domani, se ci sarà, e b) non aver perso qualcosa o qualcuno se il domani non dovesse esserci.
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Penso al bimbo-che-non-è-stato, ingoiato dallo scarico di un cesso di Barcellona, e dio quanto ci ha messo ad andar giù tutto quel sangue, un giorno quasi intero. Non so quante volte ho immaginato come poteva essere la mia vita se invece fosse nato.
Dove sarei stata, con chi, mi chiedevo fino a ieri, ma il punto è invece un altro: sarei stata felice? Oppure, visto che sarei scoppiata in volo, l'avrei fatto partorendo? E perciò perdendo molto di più? Pagandola molto più cara di così. Che in fondo, così, è stata quasi gratis.
Non che stia dicendo che mi ritengo fortunata di quello che ho e che avevo quando sono scoppiata in volo, né per l'essere scoppiata. Sarei stata fortunata a non scoppiare, ma quando mai ci diciamo contenti: come sono fortunata che non sono paralizzata, che riesco a comunicare, che posso camminare, saltare, correre, ridere, mangiare da sola, fare pipì senza assistenza, guidare un'auto?
Mai. Solo dopo che rischi di perdere una o tutte queste cose e diventi una persona rovinata, cominci a pensare che è una fortuna che non ti sia andata peggio.
Ti da fastidio non poter più dire con la stessa intensità e uguale sicurezza: Domani andrò, farò, vedrò, e sospetti che quella certezza non la proverai mai più, ma non è detto. Magari man mano che il tempo passa ti scorderai che non ci sono certezze neanche sulle proprie possibilità. Sulla propria sopravvivenza.
Sapete qual è la soluzione (temporanea, ovviamente)?
Fregarsene.
Solo se siete persone rovinate potrete capire davvero quello che sto dicendo, e per fortuna in pochissimi capirete, ma:
Ieri c'eri, oggi ci sei, domani non si sa. Sarà il caso di vivere al meglio con se stessi oggi, in modo da a) porre le basi per star bene con sé anche domani, se ci sarà, e b) non aver perso qualcosa o qualcuno se il domani non dovesse esserci.
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